Alice in Borderland (2020)

Avatar Rolando M. Faggiano

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4 minuti

Ennesimo adattamento live-action di Netflix, questa volta sul piccolo schermo arriva “Alice in Borderland” di Haro Asō. La storia comincia quando Arisu, un gamer perdigiorno disoccupato, e i suoi due migliori amici, Karube e Chōta, all’improvviso si ritrovano in una Tokyo molto diversa da quella che sono abituati a vedere. Confusi dal silenzio innaturale di Shibuya dopo una breve perlustrazione entrano in un edificio, qui troveranno uno smartphone ciascuno che gli illustrerà le regole per partecipare ad un “game”. Dalle indicazioni sembrerà un gioco vero e proprio ma scopriranno presto che non è uno scherzo e per sopravvivere devono vincere ad ogni costo.

ALLERTA SPOILER
Dal primo episodio la questione dei giochi mortali mi ha ricordato anche altre opere e non solo giapponesi, la prima è la serie sudcoreana “Squid Game” ma ci sono anche titoli occidentali come ad esempio “Hunger Games”. Ammetto che il protagonista all’inizio mi aveva colpito con quei lampi di genio intuitivi alla L di “Death Note”, ma era solo fumo negli occhi. Direi che il personaggio di Arisu è caratterizzato da un mix tra fortuna, intuito e qualche ossessione invece se proprio dovessi paragonare un personaggio che come abilità e carattere si avvicina a quella tipologia sceglierei senza dubbio Chishiya, infatti si mostra fin da subito freddo, imparziale e attento ai dettagli.

L’essere trasportati in una Tokyo distopica con “game” sparsi qua e là ed essere costretti a partecipare per poter sfuggire a laser che piovono dal cielo potrebbe sembrare senza senso, ma il senso lo trova gradualmente alternando l’azione e l’adrenalina dei “game” con i vari indizi ma soprattutto con la ricompensa del “game” vinto. Ogni “game” ha una difficoltà e tipologia differente espressa con numero e seme delle carte da poker, vincendo il “game” oltre a guadagnare giorni di vita appare la carta corrispondente. Inizialmente vista la necessità di “giocare” per poter guadagnare giorni ed evitare i laser la ricompensa passava in secondo piano, ma successivamente alle carte verrà data la giusta importanza appoggiata dalla teoria dei membri della “Spiaggia”. Infatti c’è chi farà fronte comune e si dedicherà a cercare tutte le carte, puro completismo da videogamer, con la convinzione di poter tornare a casa una volta trovato tutto il set. In questa bolgia uscirà fuori la vera natura delle persone enfatizzata dai “game” che metteranno a dura prova il corpo e la psiche non solo del protagonista, al quale più volte gli capiterà di imbattersi in persone stanche di vivere in quel modo addirittura preferendo la morte.

La storia di “Alice in Borderland” senza dubbio cattura l’attenzione e con i tempi giusti, il vero problema della serie direi che sono alcuni dettagli figli dell’adattamento i quali potevano essere curati meglio. Ad un primo sguardo infatti sembra ben curata e con a disposizione un budget cospicuo, poi saltano fuori alcuni difetti e arrangiamenti di montaggio che sinceramente stonano. Sto parlando di piccolezze che semmai non saltano subito all’occhio, come ad esempio le scene nel “game” della lampadina (Ep. 5). A parte la banalità del “game” che è quasi uguale ad un indovinello vecchio quanto “l’uovo e la gallina”, ci sono dei primi piani sullo smartphone dei partecipanti e tutti i primi piani sono della stessa mano e dello stesso smartphone. Da fuori posso solo immaginare che sia stato un errore di distrazione oppure che le scene girate su altre mani non fossero utilizzabili e quindi per non perdere altro tempo e soldi si è deciso di fare così nel montaggio. Un altro esempio è per una questione di appartenenza del proiettile che aveva ucciso un personaggio relativamente importante, vista la quantità di armi a disposizione mi è sembrata un’affermazione poco sensata. Infatti sono convinto che sia stata una riduzione degli avvenimenti dovuta all’adattamento che poteva essere fatta sicuramente meglio.

Insomma se vi può piacere il genere vedetelo perché non è niente male, il consiglio spassionato che vi posso dare è di non vederlo assolutamente in italiano. Doppiaggio italiano a mio avviso pessimo, però non è solo colpa dei doppiatori. È come se la produzione adattando la serie non avesse considerato che dovesse essere doppiata in altre lingue, infatti spesso i personaggi comunicano anche senza l’utilizzo di parole che ovviamente ha un significato nel contesto ma non sono effettivamente traducibili. Questa è la mia personale opinione e quindi vi consiglio di vederlo in giapponese che è decisamente meglio. “Alice in Borderland” attualmente è composto da 2 stagioni e con la seconda si conclude l’arco narrativo, nel 2023 è stata annunciata una terza stagione che dovrebbe arrivare proprio nel 2025. Trovate la serie in streaming solo su Netflix. Continua: Recensione “Alice in Borderland” S2, differenze tra le opere, curiosità e ipotesi sulla S3